A cinquant’ anni di distanza, viene da interrogarci sull’ attualità della pellicola e sul perché la scelta sia caduta su un’ opera che, ai tempi della sua uscita e non solo, scatenò furibonde polemiche, soprattutto da parte cattolica che la rinominò “schifosa vita”. Il 1960 fu l’ anno de La ciociara (Vittorio De Sica) e L’ avventura (Michelangelo Antonioni), per rimanere in casa nostra, di Psyco (Hitchcoock) e Fino all’ ultimo respiro (Jean-Luc Godard, film manifesto della Nouvelle Vague), tanto per citare qualche titolo, e la lista potrebbe essere molto più lunga; capolavori assoluti che hanno segnato la storia del cinema mondiale.
E invece La dolce vita: esame della “Roma bene” di fine anni ’50, della “Cafè Society” di Via Veneto, delle star inseguite dai paparazzi, delle feste, delle riunioni, della facile euforia di una società forse banale e di certo frivola, ma curiosamente vitale a ripensarci adesso. Senza dimenticare il fatto che il festival capitolino non poteva non rendere omaggio ad un’ opera che della città di Roma ha donato un affresco controverso, certamente non rassicurante, ma senza dubbio incisivo e pregnante. A questo proposito, ricordiamo le parole di Calvino, che apostrofava la “Roma cinematografara” de La dolce vita come un “girone dantesco, un godibile paese della cuccagna”; e quelle di Fellini che la definisce una “città orizzontale, piattaforma ideale per voli fantastici”, e ancora “Roma è la madre ideale, perché indifferente. Ha troppi figli, e quindi non può dedicarsi a te, non ti chiede nulla, non si aspetta niente. Ti accoglie quando vieni, ti lascia andare quando vai … a Roma non sei nessuno, quindi puoi anche essere tutto … Può darsi che questo sia il volto dell’ estrema decrepitezza, di chi ha digerito tutto ed è stato a sua volta digerito”.
Il racconto felliniano si fa amaro nel prevedere in anticipo l’ involuzione morale del nostro Paese e della società in generale: nell’ Italia, e nella Roma, del dopoguerra, “liberata” dai soldati americani, ritroviamo un modello capitalistico che male le calza, che porta l’ individuo ad una totale alienazione dalla realtà, poiché rincorre costantemente un fragile mito, ancora una volta straniero, così come la bella Anita Ekberg. La dignità umana si capovolge in una disperata ricerca di stordimento “per non sapere”. Ecco il vero senso del film: l’ umanità esagitata che ci passa davanti, che inventa l’ incredibile per vivere una propria vita e soddisfarla ad ogni costo e con ogni mezzo, in definitiva non sa quello che vuole, e questa è la sua vera dannazione. La dolce vita è l’ attesa dell’ alba di un nuovo giorno ancora ignoto, è un viaggio nella notte durante il sonno della ragione, è un allegro monumento funebre di una società in apparenza ancor giovane e sana, che balla con la Morte e non la vede, è la “commedia umana” di una crisi che sta mutando gli uomini in mostri, senza che questi facciano in tempo ad accorgersene. Il mondo è dominato dal misticismo più superstizioso, alimentato dalla televisione che soddisfa in modo virtuale il bisogno di apparizioni e miracoli, favorendo la tragica confusione tra delirio di grandezza e realtà misera. Quel che ci rimane, è un gelido senso di vero, non c’ è più divertimento cinematografico, lo spettatore è totalmente disilluso.
Fellini ha voluto presentarci la caricatura, di una società in putrefazione. Nessun atto d’ accusa. Quello che davvero ci interessa è che ne La dolce vita non c’ è speranza, non rimorso, nessuna possibilità di redenzione. Il mondo vuoto e corrotto, che scivola verso il naufragio, a sua volta corrompe anche il protagonista, che, specchiandosi nel mostro viscido sputato dal mare, è ormai perduto.
Sono passati cinquant’ anni: perché La dolce vita …
Perché questo ritratto quanto più amaro, è riuscito a vincere la sfida del tempo, perché il genio della lucida e vivida fantasia di Fellini sembra parlare agli uomini di oggi. Sono cambiati le mode, nuovi lustrini accecano i nostri occhi, ma sotto tutto questo trucco ritroviamo ancora la stessa falsità di un mondo cinico e infantile, la stessa civiltà corrotta e putrescente nella quale tutto crolla di schianto, valori autentici e falsi miti, tradizioni secolari e miti nati appena ieri…
(Stefania Vaccaro)