domenica 6 novembre 2011

L’ amarezza della dolce vita dagli anni '50 ad oggi

In occasione del cinquantenario della prima proiezione de La dolce vita (1960), il Festival del Cinema di Roma rende omaggio a Federico Fellini e al suo film più celebre, proponendone una versione restaurata a cura della Cineteca di Bologna, proiettata il 30 ottobre 2010 nella Sala Petrassi dell’ Auditorium Parco della Musica.
A cinquant’ anni di distanza, viene da interrogarci sull’ attualità della pellicola e sul perché la scelta sia caduta su un’ opera che, ai tempi della sua uscita e non solo, scatenò furibonde polemiche, soprattutto da parte cattolica che la rinominò “schifosa vita”. Il 1960 fu l’ anno de La ciociara (Vittorio De Sica) e L’ avventura (Michelangelo Antonioni), per rimanere in casa nostra, di Psyco (Hitchcoock) e Fino all’ ultimo respiro (Jean-Luc Godard, film manifesto della Nouvelle Vague), tanto per citare qualche titolo, e la lista potrebbe essere molto più lunga; capolavori assoluti che hanno segnato la storia del cinema mondiale.

E invece La dolce vita: esame della “Roma bene” di fine anni ’50, della “Cafè Society” di Via Veneto, delle star inseguite dai paparazzi, delle feste, delle riunioni, della facile euforia di una società forse banale e di certo frivola, ma curiosamente vitale a ripensarci adesso. Senza dimenticare il fatto che il festival capitolino non poteva non rendere omaggio ad un’ opera che della città di Roma ha donato un affresco controverso, certamente non rassicurante, ma senza dubbio incisivo e pregnante. A questo proposito, ricordiamo le parole di Calvino, che apostrofava la “Roma cinematografara” de La dolce vita come un “girone dantesco, un godibile paese della cuccagna”; e quelle di Fellini che la definisce una “città orizzontale, piattaforma ideale per voli fantastici”, e ancora “Roma è la madre ideale, perché indifferente. Ha troppi figli, e quindi non può dedicarsi a te, non ti chiede nulla, non si aspetta niente. Ti accoglie quando vieni, ti lascia andare quando vai … a Roma non sei nessuno, quindi puoi anche essere tutto … Può darsi che questo sia il volto dell’ estrema decrepitezza, di chi ha digerito tutto ed è stato a sua volta digerito”.

Il racconto felliniano si fa amaro nel prevedere in anticipo l’ involuzione morale del nostro Paese e della società in generale: nell’ Italia, e nella Roma, del dopoguerra, “liberata” dai soldati americani, ritroviamo un modello capitalistico che male le calza, che porta l’ individuo ad una totale alienazione dalla realtà, poiché rincorre costantemente un fragile mito, ancora una volta straniero, così come la bella Anita Ekberg. La dignità umana si capovolge in una disperata ricerca di stordimento “per non sapere”. Ecco il vero senso del film: l’ umanità esagitata che ci passa davanti, che inventa l’ incredibile per vivere una propria vita e soddisfarla ad ogni costo e con ogni mezzo, in definitiva non sa quello che vuole, e questa è la sua vera dannazione. La dolce vita è l’ attesa dell’ alba di un nuovo giorno ancora ignoto, è un viaggio nella notte durante il sonno della ragione, è un allegro monumento funebre di una società in apparenza ancor giovane e sana, che balla con la Morte e non la vede, è la “commedia umana” di una crisi che sta mutando gli uomini in mostri, senza che questi facciano in tempo ad accorgersene. Il mondo è dominato dal misticismo più superstizioso, alimentato dalla televisione che soddisfa in modo virtuale il bisogno di apparizioni e miracoli, favorendo la tragica confusione tra delirio di grandezza e realtà misera. Quel che ci rimane, è un gelido senso di vero, non c’ è più divertimento cinematografico, lo spettatore è totalmente disilluso.

Fellini ha voluto presentarci la caricatura, di una società in putrefazione. Nessun atto d’ accusa. Quello che davvero ci interessa è che ne La dolce vita non c’ è speranza, non rimorso, nessuna possibilità di redenzione. Il mondo vuoto e corrotto, che scivola verso il naufragio, a sua volta corrompe anche il protagonista, che, specchiandosi nel mostro viscido sputato dal mare, è ormai perduto.

Sono passati cinquant’ anni: perché La dolce vita

Perché questo ritratto quanto più amaro, è riuscito a vincere la sfida del tempo, perché il genio della lucida e vivida fantasia di Fellini sembra parlare agli uomini di oggi. Sono cambiati le mode, nuovi lustrini accecano i nostri occhi, ma sotto tutto questo trucco ritroviamo ancora la stessa falsità di un mondo cinico e infantile, la stessa civiltà corrotta e putrescente nella quale tutto crolla di schianto, valori autentici e falsi miti, tradizioni secolari e miti nati appena ieri…


(Stefania Vaccaro)

sabato 5 novembre 2011

ON THE ROAD CON QUENTIN TARANTINO

Tarantino o si ama o si odia. Con questa pellicola sembra essere di fronte ad un’opera incompresa, a tratti incompiuta, ma sicuramente geniale. Incompiuta poiché una discutibile politica distributiva ha voluto separare “Death proof” da “Planet terror”, segmento diretto da Robert Rodriguez, insieme al quale costituisce un unico film intitolato “Grindhouse”. Nella prima parte del film, la pellicola graffiata e consumata, l’ audio gracchiante, la mancanza di fotogrammi, ci riportano esattamente agli anni ’70, nelle sale “grindhouse” (to grind: macinare), dove, al prezzo di un unico biglietto, si potevano vedere, o meglio “macinare”, più b-movies. E “Death proof” è un grande omaggio al b-movie americano: Quentin apre il suo baule dei giocattoli regalandoci una lunghissima serie di citazioni cinematografiche, dalla targa JJZ-109 vista in “Bullit” (1968), alla maglietta con la scritta “L’ ultimo buscadero” (1972) di Peckinpah, fino all’autocitazione, quando il theme di “Kill Bill” si trasforma in suoneria del cellulare. La trama è scarna, quasi inesistente: uno stuntman psicopatico, Stuntman Mike, interpretato magistralmente da un divertito Kurt Russel, perseguita e uccide con la sua auto ragazze sensuali ed avvenenti, non esattamente sprovvedute e indifese, su cui si sofferma l’ occhio morboso di Tarantino nei particolari dei piedi. Fine.
Tutto il resto è maestria della narrazione e potere assoluto dell’ immagine. Ritroviamo Quentin nel cameo role del barista di un fumoso locale dove ci inchioda per quaranta minuti tra discorsi, a tratti sboccati, tra donne, cocktail da nomi esotici e lapdance improvvisate. Siamo bloccati in questo bar in cui non succede nulla, ma in cui può esplodere tutto l’ universo folle, colorato e “politically incorrect” di Tarantino: jukebox, auto di culto, belle donne, dialoghi interminabili che oscillano tra il brillante e la civetteria. La macchina da presa si aggira nell’ ambiente mimetizzandovi lo spettatore che vorrebbe sedersi al bancone per uno shot. La bellezza dell’ immagine , anche nella sua imperfezione, riesce a farci dimenticare questa impasse nello svolgimento della trama, ed è a questo punto che Tarantino ci sbatte a tutta velocità sulla strada, dando una sterzata netta al ritmo della narrazione, tra inseguimenti d’ auto ed evoluzioni eccezionali.
Qualche parola è d’ obbligo spenderla anche sulla colonna sonora. Quentin non si smentisce e ci regala ancora una volta una scelta di pezzi eccellenti. Passiamo da una rivisitazione degli Smith di “Baby it’ s you”, a temi estratti da “Italia a mano armata”, “La polizia sta a guardare” e “Il gatto a nove code”, senza dimenticare la coinvolgente “Down in Mexico” dei The Coasters, su cui la provocante Butterfly improvvisa la sua lapdance.
L’ operazione a questo punto appare chiara: il regista vuole invogliare lo spettatore a riscoprire una cinematografia del passato, sicuramente di genere, polverosa e sbottonata, attraverso i suoi occhi di cinefilo appassionato, ma anche romanticamente nostalgico.
Concludendo, possiamo dire che probabilmente questa non è una pellicola per neofiti: lo spettatore digiuno di cinema difficilmente potrà cogliere quanta storia c’ è dietro un’ auto, una canzone, o non si lascerà coinvolgere da discorsi nostalgici su vecchi film dimenticati, ed uscirà dalla sala spazientito per aver assistito a circa un’ ora e un quarto di “nulla”, per guadagnarsi dieci minuti di azione. Ma lasciatemelo dire, che gran bel “nulla”!
Come recita la poesia recitata da Stuntman Mike “… ho promesse da mantenere e miglia da percorrere prima di andare a dormire”: a mio parere Tarantino sfreccia contromano su queste strade, fermandosi qua e là per un bicchierino, intravedendo già un magnifico traguardo.
(Stefania Vaccaro)

PORCO ROSSO di Hayao Miyazaki

Non lasciatevi fuorviare dalla storia apparentemente leggera e dai personaggi scanzonati, non fate questo errore perché siamo in presenza di uno dei film più difficili di Hayao Miyazaki, il più drammatico e struggente. Sotto le vesti del divertissement, ecco spuntare il lato più politico e libertario del regista nipponico, incarnato nell' anarchico escapismo di Porco Rosso, eroe senza tetto né legge, che rifiuta ogni forma di omologazione.
Nonostante Porco Rosso (titolo originale Kurenai no Buta) sia un omaggio amorevole al BelPaese, ci sono voluti ben diciotto anni prima che il film arrivasse nelle nostre sale: la pellicola è infatti datata 1992, e rappresenta il quarto lungometraggio di Miyazaki realizzato per lo Studio Ghibli, di cui è fondatore con l' amico e collega di sempre Takahata (piccola curiosità, il nome Ghibli deriva dall' aereo italiano della Seconda Guerra Mondiale, tratto a sua volta dal vento caldo del Sahara).
La storia è ambientata negli anni '30 (1929 è la data indicata sulla rivista di cinema che l' aviatore legge all' inizio del film), in un' Italia parzialmente reinventata, più precisamente sulle coste dell' Adriatico, tra Venezia e l' Istria. Si narrano le vicende di questo pilota di idrovolanti, soprannominato Porco Rosso per via delle sue fattezze, che ingaggia scontri aerei con i pirati dell' aria, sfugge all' aeronautica e fa stragi di cuori, dalla piccola Fio alla seducente e ambita Gina.
Un' amabile didascalica premessa, introduce il film in dieci lingue, parlando del momento storico in cui è ambientato, come “l' epoca degli idrovolanti”: non si tratta solo di un vezzo estetico, ma di una chiave di lettura preziosissima. Questo film infatti, più degli altri lavori del regista, costituisce un atto d' amore verso le culture “altre”: la minaccia del Fascismo, la solarità del Mediterraneo, la poesia del francese cantato, l' esplicito inchino ai film d' avventura hollywoodiani anni Cinquanta. Rappresenta infatti anche una dichiarazione d' amore rivolta alla magia e alla creatività della settima arte. Miyazaki rievoca esplicitamente l' atmosfera del cinema classico hollywoodiano, dipingendo Gina come una femme fatale, ricalcando la figura di Curtis (l' americano), su quella dell' attore Errol Flynn e citando perfino in una sequenza metacinematografica, l' animazione anarchica degli anni '30. E come non riconoscere nel protagonista una strizzatina d' occhio ad Humprey Bogart, con il suo inseparabile impermeabile e la costante sigaretta in bocca, che frequenta l' Hotel Adriano, un localino alla Casablanca.
Lo stesso nome di Porco Rosso, Marco Pagot, è un omaggio ai fratelli Pagot (Marco e Toni), pionieri dell' animazione italica, che crearono, tra i tanti, il leggendario Calimero; inoltre, tra il 1981 e il 1984 Marco Pagot e Miyazaki realizzarono, in una coproduzione RAI-Tokyo Movie Shinsha, la serie tv Il fiuto di Sherlock Homes.
Per quel che riguarda la metamorfosi del protagonista in maiale, Miyazaki non soddisfa la nostra curiosità in modo esplicito, ma possiamo ipotizzare un' interpretazione seguendo la visione del credo buddhista, a cui c'è un palese riferimento nel film nella frase “stai spiegando il buddhismo a Buddha”. Secondo questo credo il maiale è l' animale che incarna tutti i peggiori difetti dell' uomo, e infatti Marco vi si trasforma dopo uno scontro con la flotta aerea tedesca durante la Prima Guerra Mondiale, in cui abbandona la sua squadra per salvarsi, lasciandoli al loro triste destino (la stessa metafora verrà ancora utilizzata ne La città incantata, del 2001, in cui i genitori di Chihiro si trasformano in maiali per via della loro ingordigia). Da questo momento Marco perde sé stesso e la capacità di rapportarsi col prossimo, si trasforma in un essere immondo, colpevole di essere sopravvissuto a tutti i suoi amici.
In quest' opera ritroviamo molti dei capisaldi del cinema del Maestro nipponico dell' animazione. Il rapporto dell' uomo con la natura: dalle parole di Fio apprendiamo come “sia il cielo che il mare lavano gli animi dei piloti di idrovolanti”. E l' aria e l' acqua sono 2 tra le simbologie chiave del suo cinema, espressioni di una libertà fiera, pura e incondizionata. L' utilizzo di personaggi bambini: la giovane Fio, anche se non è più una bambina (17 anni), è simbolo di innocenza contrapposta alla violenza degli adulti; riesce a riappacificare gli uomini tra loro e con la natura. E ancora in rapporto a Fio, è il topos della ragazza che sceglie il lavoro e la fatica per emanciparsi socialmente, contribuendo con qualcosa di concreto alla causa in cui crede. Il film ricalca il profondo pacifismo del regista (Porco Rosso non uccide mai): il protagonista, così come i pirati dell' aria, incarnano delle creature estraniate dalla società che rispondono ad un codice d' onore a parte, distaccandosi da una realtà cruda e folle che darà vita al mostro del totalitarismo, diffondendo il germe che inquinerà irreparabilmente il XX secolo.
Il portentoso strumento espressivo di Miyazaki, riesce a far convivere in modo naturale ed armonico un' ambientazione iperrealista alle poche parentesi prettamente oniriche e fantastiche, tra le quali non si può non citare la visionaria e straziante esperienza pre-morte vissuta dal protagonista.
L' attenta rievocazione storica dell' Italia del 1929 si fonde con la fantasia della favola, le riflessioni etiche e politiche (“meglio essere un maiale che un fascista” sentenzia in modo lapidario Porco Rosso) con la pura infantile gioia del racconto cinematografico. Un piccolo miracolo della visione, reso possibile dalla mano di Miyazaki e dal suo tratto caldo ed amanuense (ricordiamo ad onor di cronaca che lo Studio Ghibli è l' unica casa di produzione di film d' animazione in Giappone a non far uso della computer grafica).
Forse questa pellicola non raggiunge le vette di densità emotiva di altri lungometraggi più noti e premiati dell' autore(La città incantata, Oscar nel 2003 come miglior film d' animazione e Orso d' Oro al Festival di Berlino come miglior film, assegnato per la prima volta ad un film d' animazione; o Il castello errante di Howl), ma personalmente lo trovo estremamente maturo e dotato di una poesia più immediata e travolgente.
Se non possiamo considerare Porco Rosso tra i capolavori di Miyazaki, sicuramente lo si può ascrivere nella lista di quelle piccole perle rare di poesia e raffinatezza, che scivolano via sulle note di una malinconica canzone francese (Le temps des cerices), lasciandoci qualcosa in più in fondo al cuore.

Dalle parole di Marco Muller, direttore della Mostra del Cinema di Venezia, quando, nel 2005, consegna il Leone d' Oro alla carriera a Hayao Miyazaki: “la filosofia di Miyazaki unisce romanticismo e umanesimo a un piglio epico, una cifra di fantastico e visionario che lascia sbalorditi. Il senso di meraviglia che i suoi film trasmettono risveglia il fanciullo addormentato che è in noi”.

(Stefania Vaccaro)