sabato 5 novembre 2011

PORCO ROSSO di Hayao Miyazaki

Non lasciatevi fuorviare dalla storia apparentemente leggera e dai personaggi scanzonati, non fate questo errore perché siamo in presenza di uno dei film più difficili di Hayao Miyazaki, il più drammatico e struggente. Sotto le vesti del divertissement, ecco spuntare il lato più politico e libertario del regista nipponico, incarnato nell' anarchico escapismo di Porco Rosso, eroe senza tetto né legge, che rifiuta ogni forma di omologazione.
Nonostante Porco Rosso (titolo originale Kurenai no Buta) sia un omaggio amorevole al BelPaese, ci sono voluti ben diciotto anni prima che il film arrivasse nelle nostre sale: la pellicola è infatti datata 1992, e rappresenta il quarto lungometraggio di Miyazaki realizzato per lo Studio Ghibli, di cui è fondatore con l' amico e collega di sempre Takahata (piccola curiosità, il nome Ghibli deriva dall' aereo italiano della Seconda Guerra Mondiale, tratto a sua volta dal vento caldo del Sahara).
La storia è ambientata negli anni '30 (1929 è la data indicata sulla rivista di cinema che l' aviatore legge all' inizio del film), in un' Italia parzialmente reinventata, più precisamente sulle coste dell' Adriatico, tra Venezia e l' Istria. Si narrano le vicende di questo pilota di idrovolanti, soprannominato Porco Rosso per via delle sue fattezze, che ingaggia scontri aerei con i pirati dell' aria, sfugge all' aeronautica e fa stragi di cuori, dalla piccola Fio alla seducente e ambita Gina.
Un' amabile didascalica premessa, introduce il film in dieci lingue, parlando del momento storico in cui è ambientato, come “l' epoca degli idrovolanti”: non si tratta solo di un vezzo estetico, ma di una chiave di lettura preziosissima. Questo film infatti, più degli altri lavori del regista, costituisce un atto d' amore verso le culture “altre”: la minaccia del Fascismo, la solarità del Mediterraneo, la poesia del francese cantato, l' esplicito inchino ai film d' avventura hollywoodiani anni Cinquanta. Rappresenta infatti anche una dichiarazione d' amore rivolta alla magia e alla creatività della settima arte. Miyazaki rievoca esplicitamente l' atmosfera del cinema classico hollywoodiano, dipingendo Gina come una femme fatale, ricalcando la figura di Curtis (l' americano), su quella dell' attore Errol Flynn e citando perfino in una sequenza metacinematografica, l' animazione anarchica degli anni '30. E come non riconoscere nel protagonista una strizzatina d' occhio ad Humprey Bogart, con il suo inseparabile impermeabile e la costante sigaretta in bocca, che frequenta l' Hotel Adriano, un localino alla Casablanca.
Lo stesso nome di Porco Rosso, Marco Pagot, è un omaggio ai fratelli Pagot (Marco e Toni), pionieri dell' animazione italica, che crearono, tra i tanti, il leggendario Calimero; inoltre, tra il 1981 e il 1984 Marco Pagot e Miyazaki realizzarono, in una coproduzione RAI-Tokyo Movie Shinsha, la serie tv Il fiuto di Sherlock Homes.
Per quel che riguarda la metamorfosi del protagonista in maiale, Miyazaki non soddisfa la nostra curiosità in modo esplicito, ma possiamo ipotizzare un' interpretazione seguendo la visione del credo buddhista, a cui c'è un palese riferimento nel film nella frase “stai spiegando il buddhismo a Buddha”. Secondo questo credo il maiale è l' animale che incarna tutti i peggiori difetti dell' uomo, e infatti Marco vi si trasforma dopo uno scontro con la flotta aerea tedesca durante la Prima Guerra Mondiale, in cui abbandona la sua squadra per salvarsi, lasciandoli al loro triste destino (la stessa metafora verrà ancora utilizzata ne La città incantata, del 2001, in cui i genitori di Chihiro si trasformano in maiali per via della loro ingordigia). Da questo momento Marco perde sé stesso e la capacità di rapportarsi col prossimo, si trasforma in un essere immondo, colpevole di essere sopravvissuto a tutti i suoi amici.
In quest' opera ritroviamo molti dei capisaldi del cinema del Maestro nipponico dell' animazione. Il rapporto dell' uomo con la natura: dalle parole di Fio apprendiamo come “sia il cielo che il mare lavano gli animi dei piloti di idrovolanti”. E l' aria e l' acqua sono 2 tra le simbologie chiave del suo cinema, espressioni di una libertà fiera, pura e incondizionata. L' utilizzo di personaggi bambini: la giovane Fio, anche se non è più una bambina (17 anni), è simbolo di innocenza contrapposta alla violenza degli adulti; riesce a riappacificare gli uomini tra loro e con la natura. E ancora in rapporto a Fio, è il topos della ragazza che sceglie il lavoro e la fatica per emanciparsi socialmente, contribuendo con qualcosa di concreto alla causa in cui crede. Il film ricalca il profondo pacifismo del regista (Porco Rosso non uccide mai): il protagonista, così come i pirati dell' aria, incarnano delle creature estraniate dalla società che rispondono ad un codice d' onore a parte, distaccandosi da una realtà cruda e folle che darà vita al mostro del totalitarismo, diffondendo il germe che inquinerà irreparabilmente il XX secolo.
Il portentoso strumento espressivo di Miyazaki, riesce a far convivere in modo naturale ed armonico un' ambientazione iperrealista alle poche parentesi prettamente oniriche e fantastiche, tra le quali non si può non citare la visionaria e straziante esperienza pre-morte vissuta dal protagonista.
L' attenta rievocazione storica dell' Italia del 1929 si fonde con la fantasia della favola, le riflessioni etiche e politiche (“meglio essere un maiale che un fascista” sentenzia in modo lapidario Porco Rosso) con la pura infantile gioia del racconto cinematografico. Un piccolo miracolo della visione, reso possibile dalla mano di Miyazaki e dal suo tratto caldo ed amanuense (ricordiamo ad onor di cronaca che lo Studio Ghibli è l' unica casa di produzione di film d' animazione in Giappone a non far uso della computer grafica).
Forse questa pellicola non raggiunge le vette di densità emotiva di altri lungometraggi più noti e premiati dell' autore(La città incantata, Oscar nel 2003 come miglior film d' animazione e Orso d' Oro al Festival di Berlino come miglior film, assegnato per la prima volta ad un film d' animazione; o Il castello errante di Howl), ma personalmente lo trovo estremamente maturo e dotato di una poesia più immediata e travolgente.
Se non possiamo considerare Porco Rosso tra i capolavori di Miyazaki, sicuramente lo si può ascrivere nella lista di quelle piccole perle rare di poesia e raffinatezza, che scivolano via sulle note di una malinconica canzone francese (Le temps des cerices), lasciandoci qualcosa in più in fondo al cuore.

Dalle parole di Marco Muller, direttore della Mostra del Cinema di Venezia, quando, nel 2005, consegna il Leone d' Oro alla carriera a Hayao Miyazaki: “la filosofia di Miyazaki unisce romanticismo e umanesimo a un piglio epico, una cifra di fantastico e visionario che lascia sbalorditi. Il senso di meraviglia che i suoi film trasmettono risveglia il fanciullo addormentato che è in noi”.

(Stefania Vaccaro)

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