sabato 5 novembre 2011

ON THE ROAD CON QUENTIN TARANTINO

Tarantino o si ama o si odia. Con questa pellicola sembra essere di fronte ad un’opera incompresa, a tratti incompiuta, ma sicuramente geniale. Incompiuta poiché una discutibile politica distributiva ha voluto separare “Death proof” da “Planet terror”, segmento diretto da Robert Rodriguez, insieme al quale costituisce un unico film intitolato “Grindhouse”. Nella prima parte del film, la pellicola graffiata e consumata, l’ audio gracchiante, la mancanza di fotogrammi, ci riportano esattamente agli anni ’70, nelle sale “grindhouse” (to grind: macinare), dove, al prezzo di un unico biglietto, si potevano vedere, o meglio “macinare”, più b-movies. E “Death proof” è un grande omaggio al b-movie americano: Quentin apre il suo baule dei giocattoli regalandoci una lunghissima serie di citazioni cinematografiche, dalla targa JJZ-109 vista in “Bullit” (1968), alla maglietta con la scritta “L’ ultimo buscadero” (1972) di Peckinpah, fino all’autocitazione, quando il theme di “Kill Bill” si trasforma in suoneria del cellulare. La trama è scarna, quasi inesistente: uno stuntman psicopatico, Stuntman Mike, interpretato magistralmente da un divertito Kurt Russel, perseguita e uccide con la sua auto ragazze sensuali ed avvenenti, non esattamente sprovvedute e indifese, su cui si sofferma l’ occhio morboso di Tarantino nei particolari dei piedi. Fine.
Tutto il resto è maestria della narrazione e potere assoluto dell’ immagine. Ritroviamo Quentin nel cameo role del barista di un fumoso locale dove ci inchioda per quaranta minuti tra discorsi, a tratti sboccati, tra donne, cocktail da nomi esotici e lapdance improvvisate. Siamo bloccati in questo bar in cui non succede nulla, ma in cui può esplodere tutto l’ universo folle, colorato e “politically incorrect” di Tarantino: jukebox, auto di culto, belle donne, dialoghi interminabili che oscillano tra il brillante e la civetteria. La macchina da presa si aggira nell’ ambiente mimetizzandovi lo spettatore che vorrebbe sedersi al bancone per uno shot. La bellezza dell’ immagine , anche nella sua imperfezione, riesce a farci dimenticare questa impasse nello svolgimento della trama, ed è a questo punto che Tarantino ci sbatte a tutta velocità sulla strada, dando una sterzata netta al ritmo della narrazione, tra inseguimenti d’ auto ed evoluzioni eccezionali.
Qualche parola è d’ obbligo spenderla anche sulla colonna sonora. Quentin non si smentisce e ci regala ancora una volta una scelta di pezzi eccellenti. Passiamo da una rivisitazione degli Smith di “Baby it’ s you”, a temi estratti da “Italia a mano armata”, “La polizia sta a guardare” e “Il gatto a nove code”, senza dimenticare la coinvolgente “Down in Mexico” dei The Coasters, su cui la provocante Butterfly improvvisa la sua lapdance.
L’ operazione a questo punto appare chiara: il regista vuole invogliare lo spettatore a riscoprire una cinematografia del passato, sicuramente di genere, polverosa e sbottonata, attraverso i suoi occhi di cinefilo appassionato, ma anche romanticamente nostalgico.
Concludendo, possiamo dire che probabilmente questa non è una pellicola per neofiti: lo spettatore digiuno di cinema difficilmente potrà cogliere quanta storia c’ è dietro un’ auto, una canzone, o non si lascerà coinvolgere da discorsi nostalgici su vecchi film dimenticati, ed uscirà dalla sala spazientito per aver assistito a circa un’ ora e un quarto di “nulla”, per guadagnarsi dieci minuti di azione. Ma lasciatemelo dire, che gran bel “nulla”!
Come recita la poesia recitata da Stuntman Mike “… ho promesse da mantenere e miglia da percorrere prima di andare a dormire”: a mio parere Tarantino sfreccia contromano su queste strade, fermandosi qua e là per un bicchierino, intravedendo già un magnifico traguardo.
(Stefania Vaccaro)

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